La psicoanalisi è la cura che ci si attende da un analista. (J.Lacan)

Contributo alle teorie della performance

EVENTI - NEL TERRITORIO

Contributo alle teorie della performance

Contributo alle teorie della performance

Esercizio in ottica di genere

Domenica 19 Febbraio 2012 dalle ore 18:00

Anna Maria Civico presenta Contributo alle teorie della performance. Esercizio in ottica di genere (Rubbettino editore), presso la sala Gaber. Introducono Simona Troiani e Silvana Leali.

 

storia del progetto Mandela

EVENTI - NEL TERRITORIO

Segnaliamo la storia di un'esperienza significativa  a Terni  nella pagina di eventi :

l'Associazione Culturale il Progetto , il Centro Diritti Umani e il Progetto Mandela.

vedi articolo

 

marina severini

PSICOANALISI - PSICOANALISI LACANIANA

Per via di porre, per via di levare

Considerazioni su psicoterapia e psicoanalisi 

 

Marina Severini*

 Il rapporto tra psicoanalisi e psicoterapia rappresenta un tema non certo nuovo ma ancora molto attuale, soprattutto da quando, in seguito alla legge che regolamenta l’attività psicoterapeutica, sono nate in Italia diverse Scuole di specializzazione in psicoterapia a orientamento psicoanalitico.

 Quando, a fine anni ’90, abbiamo dato vita all’Istituto ICLeS (Istituto per la Clinica dei Legami Sociali) abbiamo voluto che si trattasse di una Scuola di Psicoterapia a orientamento psicoanalitico lacaniano e in quanto analisti ci siamo interrogati intorno al tema psicoanalisi-psicoterapia e ancor più su cosa vuol dire una formazione psicoterapeutica in linea con la psicoanalisi.

L’Istituto ICLeS è in collegamento con FPL (Forum Psicoanalitico Lacanaiano ) e con la Scuola di Psicoanalisi dei Forum del Campo Lacaniano (SPFCL); il suo insegnamento si inscrive nell’ambito della psicoanalisi di S. Freud e della lettura che ne dà J. Lacan.

 La scommessa presente fin dall’inizio, e che ci accompagna nel nostro lavoro di insegnamento e trasmissione, riguarda la possibilità che un Istituto di specializzazione in psicoterapia, organizzato com’è ovvio secondo le modalità previste dalla legge, possa non solo salvaguardare l’etica della psicoanalisi, ma ancor più farne la sua specificità e il suo stile.

 Siamo partiti da due considerazioni: la prima é che gli strumenti che la psicoanalisi ci ha insegnato a usare non sono necessariamente legati alla confortevole situazione del setting tradizionale, ma possono essere adoperati in molteplici contesti, comprese quelle situazioni (dipendenze, panico, anoressia-bulimia…) in cui la domanda sembra assente, i cosiddetti “nuovi sintomi”. 

La seconda considerazione riguarda il fatto che allo psicoterapeuta occorre oggi una formazione adeguata alla clinica della modernità e l’orientamento lacaniano della psicoanalisi non si sottrae alla sfida dell’epoca attuale, caratterizzata da una sempre maggiore fragilità e frammentarietà dei legami sociali; direi anzi che ci si misura, e si lascia mettere alla prova dall’attuale disagio della nostra civiltà.

 

A più di dieci anni di distanza, e con l’esperienza maturata nelle quattro sedi italiane dell’Istituto ICLeS (Milano, Venezia, Napoli e Macerata), vorrei provare a dire alcune cose sull’articolazione della questione e quindi a delineare cosa vuol dire “una psicoterapia (e uno psicoterapeuta) a orientamento psicoanalitico lacaniano”.

 Psicoterapeuta Psicoanalista. Responsabile Istituto di Psicoterapia ICLeS (Istituto per la Clinica dei Legami Sociali), Macerata.

 

 Psiconalisi, terapeutica?

 

Sappiamo che Freud, il padre della psicoanalisi, considerava prezioso il lavoro analitico più per il suo valore di elaborazione, di ricerca della verità, e cioè di acquisizione di sapere riguardo all’inconscio, che per i suoi effetti terapeutici.

L’interesse principale di Freud non era togliere il sintomo, ma piuttosto cercarne la causa, scoprire perché e come si era formato; si dà il caso, certo, che la guarigione arrivasse, ma quasi come un effetto secondario. Ha anche messo più volte in guardia i suoi allievi rispetto al furor sanadi; per imparare qualcosa e per raggiungere qualche risultato, scriveva infatti Freud, bisogna rinunciare a ogni miope ambizione terapeutica – che si rivela piuttosto  di ostacolo al raggiungimento di risultati significativi perché spinge a considerare l’altro, colui che soffre, come un oggetto da riaggiustare e non un soggetto da ascoltare e (provare a) capire.

 Non solo, dobbiamo aggiungere che sapere e guarigione non necessariamente vanno insieme, e la cosiddetta fuga nella guarigione è lì a testimoniarlo: il beneficio terapeutico ottenuto può portare infatti all’interruzione del lavoro, come a dire che si guarisce perché non si vuole sapere altro.

Detto questo c’è però da aggiungere che la psicoanalisi non può che essere terapeutica, perché parte dal sintomo, cioè dalla sofferenza di un soggetto.

La nascita storica della psicoanalisi è indissolubilmente legata al sintomo: Freud ha infatti inventato il metodo analitico nel momento in cui, avvicinatosi alle strane malate dell’epoca, le isteriche, ha deciso di ascoltarle, di seguire il loro racconto e prenderlo sul serio (devono avere delle ragioni) piuttosto che considerarle delle simulatrici da suggestionare con l’ipnosi.

Rinunciando all’ipnosi – pratica ancora oggi di una certa attualità- Freud ha rinunciato alla padronanza e si è messo in una posizione di ascolto verso le sue interlocutrici, non più interessato a estirpare il sintomo, a farlo tacere, ma al contrario a interrogarlo e ascoltarlo.

Ha così accettato di lasciarsi guidare dalle parole delle presunte simulatrici, ha capito che quella era la strada da seguire, ha scoperto che le parole - le associazioni libere- avevano effetti sui sintomi corporei delle sue pazienti, che i sintomi erano un modo di parlare, di dire qualcosa senza saperlo e che si trattava di andare a recuperare questo sapere inconscio.

 

L’inconscio è un sapere che non è disponibile, un sapere che non si sa, che non si padroneggia.  Per questo il metodo analitico è basato sull’associazione libera, che vuol dire parlare senza esercitare controllo e padronanza, senza sapere ciò che si dice, a condizione però di essere impegnati nella ricerca della propria verità.

 

Il sintomo si rivela essere un modo di dire qualcosa all’insaputa del soggetto e insieme un modo di godimento, un sostituto anomalo di un godimento sessuale (Freud), una soluzione singolare che quel soggetto ha trovato di fronte alla castrazione (cioè alla perdita di godimento) che caratterizza tutti gli esseri parlanti. E’ per questo che il soggetto è attaccato al suo sintomo, anche se lo fa stare male, e quindi vuole/non vuole saperne, e liberarsene.

 

La psicoanalisi non può che essere terapeutica dunque, perché - così come ai suoi inizi storici -all’inizio di ogni psicoanalisi c’è il sintomo.

Ogni psicoanalisi parte dal sintomo, non può che partire da lì, dal malessere di un soggetto alle prese con qualcosa che non riesce più a padroneggiare (“non posso più…” o “non posso fare a meno di…” ), qualcosa che gli sfugge e lo fa stare male, ma che è anche in qualche modo una sua produzione, si potrebbe dire un’estraneità molto intima.

 

 Una terapia non come le altre

Non c’è analisi se non terapeutica dunque, ma la psicoanalisi si distingue dalla psicoterapia; ho ricordato che storicamente la psicoanalisi nasce quando Freud rinuncia ai mezzi classici della psicoterapia, che sappiamo essere la persuasione e la suggestione.

 Persuasione e suggestione vedono il terapeuta teso a influenzare il paziente per ottenere l’effetto terapeutico. L’azione del terapeuta è diversa nei due casi: nella persuasione si tratta di convincere l’altro facendo leva sulla sua ragione e volontà, un po’come in una direzione di coscienza laica; nella suggestione si tratta di influenzare il paziente al di là del suo controllo cosciente - l’ipnosi è il mezzo esemplare, quello più celebre.

In un suo scritto del 1904, Psicoterapia, Freud traccia la linea di demarcazione tra psicoanalisi e psicoterapia facendo riferimento alle parole con cui Leonardo da Vinci distingueva la pittura dalla scultura: la prima opera “per via di porre”, il pittore mette dei colori su una tela bianca, l’altra “per via di levare”, infatti lo scultore toglie del materiale per far emergere una forma.

 

Freud dice che la tecnica della suggestione opera per via di porre, non si occupa infatti dell’origine e del senso dei sintomi, ma sovrappone a essi qualcosa (la suggestione appunto) allo scopo di toglierli; la terapia analitica al contrario opera per via di levare, non vuole introdurre niente ma piuttosto far venir fuori qualcosa, lasciarlo emergere. Nella terapia suggestiva sono le parole del terapeuta quelle che contano, nella terapia analitica sono invece le parole del paziente che, esse sole,  permettono di far emergere il contesto psichico della formazione del sintomo. Solo così, per via di levare, si possono scoprire, e trattare, una serie di cose: innanzitutto il conflitto psichico che fa sì che i malati si tengano aggrappati alla loro malattia, e poi, altra grande scoperta che rappresenta una ferita narcisistica per l’umanità: l’io non è padrone in casa propria. E’ la pratica analitica che permette di cogliere che c’è qualcosa che sfugge alla nostra padronanza di noi stessi e questo qualcosa è nientemeno che il nucleo del nostro essere, che è come dire che quello che abbiamo di più nostro, di più intimo, è nello stesso tempo il più estraneo e sconosciuto.

 

 L’inconscio possiamo conoscerlo, e solo in parte, attraverso le sue formazioni, le sue produzioni, che sono i sintomi e poi i sogni, le dimenticanze, i lapsus…ecco dunque che entrano in scena, e con un ruolo di primo piano, i piccoli fatti marginali della vita quotidiana, gli effimeri sogni,  gli inciampi del discorso cosciente, tutto ciò che sfugge alla presunta padronanza del nostro io.

 

  Responsabili del proprio destino

Freud ha parlato dell’inconscio come di un’ipotesi necessaria, necessaria per spiegare le formazioni dell’inconscio, le sue produzioni e cioé appunto i sogni, i sintomi, i lapsus, gli atti mancati.

Necessaria  ma pur sempre un’ipotesi, vale a dire che sta a ciascuno di noi fare una scelta, crederci oppure no, una scelta di assunzione soggettiva. Perché si può benissimo pensare che sogni e lapsus siano sciocchezze prive di senso, di cui non vale la pena occuparsi; si può pensare che il proprio malessere, il sintomo di cui si soffre, sia dovuto a una causa esterna: di volta in volta i genitori, il partner, la sfortuna  e, perché no, un DNA ereditato, di cui non si è certo responsabili.

E’ una tendenza dell’essere umano quella di attribuire fuori di lui la causa. Certo ci sono eventi che incidono sulla nostra vita e di cui non siamo responsabili, essere nati in un posto anziché in un altro, in una famiglia piuttosto che in un’altra, di un sesso anziché di un altro (solo per dirne alcuni).

Siamo però responsabili -questo ci dice la psicoanalisi – della posizione che abbiamo preso e che prendiamo nei confronti degli eventi della nostra vita, perché quella è per così dire una faccenda nostra e proprio lì, in quella reazione particolare, si manifesta quello che ciascuno di noi è, quello che può o non può fare, quello che le sue risorse di soggetto gli consentono in quel momento..

Per la psicoanalisi nessuno è completamente determinato dagli eventi della sua storia, altrimenti non sarebbe un soggetto. Un soggetto è tale in quanto responsabile del suo destino, perché il suo destino è anche, sempre, effetto delle sue “scelte”; scelte da intendersi non nel senso del libero arbitrio, ovviamente, perché hanno a che fare con il proprio inconscio.

Fare  propria l’ipotesi dell’inconscio significa rivendicare la responsabilità del proprio destino, significa, per dirla con Lacan, ammettere che abbiamo una parte nel disordine di cui ci lamentiamo.

 Clinica ed  etica

 Assumersi la responsabilità delle proprie scelte inconsce, del proprio destino, è un atto che richiede un tempo più o meno lungo di elaborazione e che ha delle conseguenze forti in quanto cambia il modo di guardare la propria vita e le proprie relazioni. Si tratta di una posizione etica perché ciascuno la assume a suo rischio, senza garanzia.

 Questa posizione etica è qualcosa che riguarda direttamente la propria pratica di curanti; non a caso Freud considerava quello del curare uno dei tre mestieri ‘impossibili’, proprio per il fatto che non c’è nessun sapere precostituito che garantisca alcunché: si tratta di vedere, caso per caso, quello che è possibile, operando “per via di levare”e soprattutto operando a partire dal proprio desiderio.

 E’ cosa diversa infatti considerare il soggetto con cui abbiamo a che fare come l’inevitabile effetto di una certa situazione (quante volte siamo portati a pensare: è così perché la madre.. o perché nella sua famiglia… o poco amato …o troppo…o…), insomma una conseguenza automatica di cause esterne; altra cosa é pensarlo come qualcuno che ha reagito in quel modo – e non in un altro – agli eventi della sua storia.  Solo così diamo una dignità di soggetto all’altro che incontriamo nel suo malessere.

 Del resto è quello che ha fatto Freud a proposito dei nevrotici quando ha pensato che dovevano avere una ragione per ridursi a vivere una vita così misera; supporre una ragione significa già essere interessati a quella ragione, quindi in una posizione di desiderio e di ascolto.  Solo se pensiamo che il soggetto ci ha messo del suo nel disagio di cui si lamenta, solo allora possiamo pensarlo in grado di poter cambiare, di effettuare una nuova scelta.

La scelta di cambiare è sempre possibile e nello stesso tempo assolutamente libera; il discorso della psicoanalisi è un discorso di libertà e di rispetto per ciascun soggetto.

 

E’ per questi motivi che una formazione psicoterapeutica in linea con la psicoanalisi chiama in causa il desiderio del terapeuta e non è quindi riducibile all’acquisizione di una tecnica; il sapere certo è importante, ma una formazione orientata dalla psicoanalisi non può che essere principalmente etica, perché riguarda la posizione che il terapeuta prende di fronte al soggetto  preso, e a volte perso, nelle difficoltà dei suoi legami

Clinica dell’inconscio e attualità

 

Si sente dire da più parti che l’epoca in cui viviamo, quella del mercato globale e del capitalismo alleato all’ideologia della scienza, non sarebbe più l’epoca dell’inconscio e della psicoanalisi

Il discorso corrente riduce l’individuo alle sue funzioni di produttore e consumatore, esalta la performance, ma sembra evidente che la spinta continua  al successo, il godimento presentato come accessibile a tutti, e quindi obbligatorio, finiscano per produrre depressione e insoddisfazione, sfide mortifere e dipendenze sempre nuove, attacchi di panico e repentine esplosioni di violenza, per non dire della solitudine crescente lamentata dagli abitanti di un villaggio globale dove tutti sono in continua comunicazione.

 

Per la psicoanalisi l’essere umano è fin da subito preso in un legame con l’altro, implicato a livello inconscio in una complessità di relazioni sulla scena familiare e sociale; il discorso della nostra epoca esalta invece il legame con l’oggetto e il mercato ne propone sempre uno nuovo che, annullando immediatamente il valore dei precedenti, promette il godimento sognato.

Ma è una corsa senza fine che inevitabilmente  produce sempre più soggetti smarriti, che si lamentano della propria solitudine, di legami che non tengono, di un’esistenza sentita come inconsistente.

E’ qui che la psicoanalisi ha qualcosa da dire, perché quello psicoanalitico è, per dirla con Lacan, un discorso contro-corrente che propone un legame sociale vivibile.

 La  clinica dell’inconscio non può dunque che misurarsi con le sfide dell’epoca attuale e i suoi paradossi; la clinica dei nuovi sintomi e della non-domanda, apparentemente una clinica senza inconscio, interroga fortemente la psicoanalisi, in particolare l’opzione lacaniana che punta sul legame sociale e aspira a portare la clinica all’altezza dell’attuale disagio della civiltà.

 BIBLIOGRAFIA

S. Freud   Studi sull’isteria (1892-95), Opere I  Boringhieri 1982

S.Freud    Psicoterapia   (1904)   Opere IV  Boringhieri 1982

S.Freud   Contributo al problema della scelta della nevrosi (1913)  Opere VII  Boringhieri 1982

S.Freud   Dalla storia di una nevrosi infantile (caso clinico dell’uomo dei lupi) Opere VII            Boringhieri 1982

J. Lacan    Seminario V   Le formazioni dell’inconscio Einaudi 2004

J. Lacan   Seminario XVII  Il rovescio della psicoanalisi, Einaudi 2001

C. Soler    Lacan, l’inconscio reinventato. Franco Angeli 2010

 

MANIFESTO

LETTURE CONSIGLIATE - LIBRI

     MANIFESTO    PER LA  PSICANALISI                                               

Autore: Sophie Aouillé, Pierre Bruno, Franck Chaumon, Guy Lérès, Michel Plon, Erik Porge

Traduzione di: Giuliana Bertelloni

 

Fin dalle sue origini la psicanalisi ha suscitato diffidenza e rifiuto. I tentativi di addomesticare questa pratica singolare e perturbante non sono mancati nel corso della storia, allo scopo di limitarne la libertà in differenti modi. Per questo motivo abbiamo deciso di intitolare la nuova collana Libertà di psicanalisi.  


Il Manifesto per la psicanalisi, opera collettiva di sei psicanalisti francesi, ci è sembrato il testo migliore con cui inaugurare la collana, perché, lontano da sterili controversie "a favore o contro la psicanalisi", propone un quadro del movimento psicanalitico e una riflessione su ciò che costituisce la singolarità e la ricchezza dell'esperienza analitica sottolineando quanto la libertà di parola e di ascolto siano indispensabili alla sua pratica.

La nostra ambizione è di creare uno spazio politico affinché l'impatto della scoperta freudiana non vada perduto, ma al contrario sia mantenuto e rafforzato.
Questo libro ci consente di riportare in Italia il dibattito sulla psicanalisi e la sua politica nei soli luoghi consoni a un dibattito culturale e scientifico, ovvero i libri, i convegni, i congressi, e costituisce un'occasione preziosa per l'apertura, non giudiziaria, di un dibattito.

 

lo psicanalista nella città

PSICOANALISI - PSICOANALISI LACANIANA

 

Lo psicoanalista nella città

(Mestre, convegno FPL “La comunità che cura: tra mito e realtà”, 16.10.2011)

Francesco Stoppa

In occasione del trentennale della morte di Lacan, sono apparsi su “la Repubblica” i contributi di due prestigiosi colleghi italiani che ne ricordavano l’opera e la figura umana. Nulla da eccepire sulla qualità degli interventi, l’unica osservazione potrebbe essere questa, che si percepiva bene che Lacan – la cui statura teorica era indubbiamente appropriatamente messa in rilievo – era morto. Cosa intendo dire? Che non ci si poneva la questione – almeno a mio avviso, almeno per come sarebbe stato per me importante emergesse – di cosa farsene del suo insegnamento da oggi in poi. Effettivamente, cosa ce ne facciamo dei nostri celebrati maestri? È un ragionamento che potrebbe valere non solo per Lacan o per Freud stesso, ma in campo psichiatrico, in Italia, per Basaglia, morto in fondo solo un anno prima di Lacan.

Partiamo dunque da qualcosa che questi pionieri del pensiero moderno, pur muovendo da angolazioni diverse, ci hanno insegnato: la sofferenza – questo ci dicono - è a suo modo sempre più avanti di noi nel leggere e interrogare la realtà e il nostro modo di vivere in una certa epoca. È un modo, decisamente in controtendenza, di attribuire una funzione civile al sintomo inteso come una radicale domanda di senso o come espressione prima, segnale delle contraddizioni che attraversano il legame sociale. E, a questo proposito, pensiamo alle conseguenze – se solo fosse praticabile - di una prevenzione primaria del disagio. Una simile operazione realizzerebbe su larga scala le condizioni per un controllo psicologico e sociale tanto inquietante quanto totalizzante. Ma nonostante tutti gli sforzi prodotti dalla tecnologia sanitaria, sarà impossibile vincere le resistenze del sintomo a lasciarsi preventivamente silenziare, sarà in sostanza impossibile azzerare le discrasie con cui la vita non smette di ferire l'orgoglio della macchina umana, quella vita che, ci dice Lacan, “non vuole guarire”.

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